Cina e affari esteri. La loro Africa
"Il Continente Nero è diventato la miniera in cui la Cina trova le risorse per la sua impetuosa crescita. Offrendo, tra ipersfruttamento e spregiudicatezza diplomatica, anche concrete occasioni di sviluppo"
Ambiente
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23 gennaio 2012
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“Non vedo come si possa sviluppare l’economia cinese senza risolvere il problema energetico. Il campo di contesa si va spostando sempre di più verso l’Africa, dove si trovano giacimenti ancora intatti. Dio solo sa come andrà a finire tutto questo. E può darsi che nemmeno lui ne abbia la certezza”. Parole di John Le Carrè, autore di bestseller geopolitici ed ex diplomatico di Sua Maestà Britannica. Quello dell’energia e delle materie prime è diventato il problema numero uno di quella che presto sarà la prima economia del mondo e Le Carrè in realtà riassume quel che gli analisti economici hanno evidenziato da tempo. L’anno scorso i consumi di energia della Cina sono aumentati dell’11,2%: più del PIL, che cresce del 9% l’anno. Con 2.252 millioni di tonellate equivalenti di petrolio (MTOE), il gigante asiatico è così diventato il primo consumatore al mondo di energia, superando gli USA (2.170 MTOE) e raggiungendo l’impressionante quota del 20%. Altrettanto notevole è l’aumento dei consumi di materie prime. Già oggi la Cina è il primo consumatore mondiale di acciao, rame e cemento. Una fame di risorse che non può essere saziata se non guardando fuori dai confini nazionali: in particolare verso il Sud del mondo, continente africano in testa. Lo spartiacque della nuova strategia in Africa si può far risalire al 1996. Con il Paese da poco passato da esportatore ad importatore di petrolio, la CNPC (China National Petroleum Corporation), società petrolifera di Stato, siglò i primi accordi con il Sudan, appprofittando dell’allontanamento dei Paesi occidentali seguito alle sanzioni USA contro il regime filoislamico. Oggi la Cina assorbe il 50% delle esportazioni petrolifere sudanesi, e oltre alle forniture di petrolio (il 64% del totale delle importazioni dal Sudan), le importazioni di Pechino negli anni a seguire hanno incluso ferro, cotone, diamanti, legnami, gas, oro, rame, platino, stagno, piombo, manganese, cobalto, bauxite, cromo, fibre tessili, olio di palma, zucchero, cacao, caffè e le cosiddette ‘terre rare’ da cui si estraggono materie prime preziose e limitate in natura, come il disprosio, usato nell’industria elettronica, e il neodimio, impiegato nella costruzione dei motori elettrici. La lista dei fornitori africani si è poi rapidamente estesa: Angola, Etiopia, Repubblica Democratica del Congo, Zambia, Sudafrica e così via, fino a contare 50 dei 54 Paesi del Continente Nero. Agli occhi di Pechino, ma anche dei paesi industrializzati occidentali, l’Africa ha assunto un ruolo strategico anche nell’ambito della sicurezza alimentare (si veda l’approfondmento sul land grabbing) grazie alla disponibilità di vaste terre incolte, vendute al prezzo di 300-350 dollari all’ettaro: 10 volte meno di quanto sarebbero pagate in Argentina. Ad agevolare la svendita di queste terre contribuiscono l’assenza di sistemi agricoli in grado di sfruttarli e governi ben disposti a cederli, magari facilitando le cose con espropri forzati. Il crescente interesse per le terre africane è semplice da spiegare: la pressione demografica fa salire la domanda di cibo, e nel contempo i cambiamenti climatici e urbanizzazione sottraggono terreni all’agricoltura. La forbice che ne deriva si chiama “fame”, ed è il business del futuro.
La ricetta cinese per la rinascita africana
Ma l’interesse di Pechino per l’Africa non si limita allo sfruttamento
delle risorse naturali: i cittadini africani sono anche potenziali
consumatori. Il continente è già diventato importatore di prodotti tessili, macchinari, motocicli, calzature, elettronica e una pletora
di articoli low cost. E ai guadagni dei trader cinesi fa da contrappeso
la deriva della debole industria locale: a partire dal tessile, come
testimoniato dall’esperienza del Kenya dove, delle 200 società del settore esistenti una decina di anni fa, ne sono sopravissute solo 10 – e spesso grazie ad accordi distributivi con controparti asiatiche.
Lo stesso vale per le opere infrastrutturali, i cui appalti finiscono
sistematicamente nelle mani di società para-statali cinesi disposte ad offrire strade, ponti, porti, ferrovie, ospedali (il governo cinese sostiene di averne edificati già 30), scuole (300), stadi, cinema e centri congressi. In cambio di accordi blindati a medio o lungo termine sulle forniture di materie prime. A finanziare le opere, ovviamente, sono in gran parte le banche cinesi: in prima fila Exim Bank (China Export Import Bank), China Development Bank e China Agricultural Development Bank. Tra il 2007 e il 2009, hanno elargito 5 miliardi di dollari di crediti agevolati ai governi africani, destinati per il 79% a investimenti in infrastrutture, al rilancio industriale e alla costruzione di ‘zone economiche speciali’. Altri 10 miliardi sono previsti tra il 2010 e il 2012. Il governo cinese è così riuscito a investire parte dei 3.000 miliardi di dollari delle sue riserve in valuta estera, creando al
contempo nuove opportunità per le compagnie di costruzione nazionali che hanno avuto in appalto le opere. Ma anche Sudan e Angola ci hanno guadagnato: in pochi anni si sono dotati delle infrastrutture necessarie a sfruttare le riserve petrolifere interne ed esportare il greggio. La Exim Bank ha per esempio finanziato con 2,7 miliardi di dollari la costruzione di tubature, centrali per l’estrazione del gas e raffinerie realizzate dalla CNPC in Sudan tra il 1996 e il 2003. In Angola, le società para-statali Huawei (telecomunicazioni)e China National Oil Company, hanno sottoscritto nel 2004 il patto ‘Oil for Infrastructures’ (petrolio in cambio di infrastrutture), accordo suffragato dalla Exim Bank che ha messo
sul tavolo 2 miliardi di dollari a tassi agevolati per la costruzione di
pozzi petroliferi, tubature, raffinerie, collegamenti stradali e porti,
necessari per il trasporto dell’oro nero dall’entroterra alla capitale
Luanda, quindi via mare alla volta del Mar Cinese. Sempre con il principio ‘risorse per infrastrutture’ il cioccolato del Ghana, il ferro del Gabon e il petrolio del Congo sono diventati merce di scambio con cui ripagare la costruzione di grandi dighe affidate alla cinese Sino Hydro. Nella Gola del Fiume Bui, a sud del Bui National Park, l’anno prossimo entrerà in funzione il primo generatore della più grande diga del Ghana (400 MW), che ha significato l’allagamento del 21% del parco e il trasferimento forzato di 1.216 persone. La spesa complessiva di 622 milioni di dollari è stata finanziata solo in piccola parte dal governo di Accra (60 milioni), mentre 270 milioni sono giunti dalla Exim Bank ad un
tasso di interesse del 2%, e 292 milioni come credito commerciale, ripagato con 30.000 tonnellate di cacao. Sempre la Sino Hydro ha avviato nel 2010 la costruzione della Grand Poubara Dam sul fiume Poubara, in Gabon. La centrale dovrebbe entrare a regime nel 2013, e i 160 MW prodotti andranno ad alimentare le miniere di manganese a Moanda e Franceville, i cui consumi superano i 110 MW (il 10% dell’assorbimento nazionale). Un quarto dell’investimento di 400 milioni di dollari è stato finanziato dalla Exim Bank, il rimanente è un credito commerciale che sarà ripagato con forniture di ferro, uranio e manganese.
L’inevitabile intensificazione delle attività di estrazione e raffinazione
di questi minerali rischia di intervenire ulteriormente sugli equilibri ambientali del Gabon, già fortemente compromessi da 50 anni di sfruttamento da parte della francese Areva, che gestisce 4 miniere di uranio. Secondo diverse inchieste della stampa internazionale, a Mounana i residui radioattivi dei presidi Areva scaricati nei fiumi durante i primi 15 anni di operazioni hanno provocato la scomparsa della fauna ittica, deforestazioni e l’aumento di patologie tra le popolazioni locali. Per ottimizzare il proprio accesso alle risorse africane, Pechino sta coordinando la realizzazione di ‘zone economiche speciali’ (zes), aree dedicate agli insediamenti industriali cui il governo riconosce incentivi fiscali (per esempio sull’importazione di materie prime), fornitura d’energia e altre facilitazioni. Una delle più note si trova a Chambisi, in Zambia, con un distaccamento a Lusaka, ed è stata sviluppata dal China Nonferrous Mining Group (CNMG) su una superficie di 11,6 km2. La creazione della zes di Chambisi, che conta su riserve di rame per 33 milioni di tonnellate più ulteriori 100 milioni di tonnellate stimate, è servita a rilanciare le attività della ‘Copper Belt’, la ‘Cintura del Rame’ dello Zambia su cui la Cina ha messo le mani, acquisendo l’85% del minerale. Una volta estratto, il rame viene raffinato direttamente negli stabilimenti
della zes, gestiti al 60% sempre dal CNMG. Questo passaggio aumenta del 300% il valore aggiunto del metallo, incidendo per altri 300 milioni di dollari sul valore delle esportazioni, anche grazie al basso costo del lavoro dei minatori locali (approfondimento in questa pagina), costretti a subire la competizione degli operai cinesi ‘importati’ dalla holding incaricata dei progetti.
Cattive amicizie
Il governo cinese non ha disdegnato e non disdegna di fare affari con le peggiori dittature, ponendo pragmatismo e non interferenza quali fondamenti della propria politica estera. “Noi riteniamo che le popolazioni in territori e nazioni diverse, incluse quelle in Africa, abbiano i loro diritti e le capacità di gestire le loro questioni interne” ha affermato il premier Wen Jiabao il 16 giugno 2006, giustificando implicitamente forniture di armi e sostegno internazionale ad ‘amici’ discutibili in cambio di condizioni di favore per lo sfruttamento di giacimenti e miniere. È il caso dello Zimbabwe, dove sono noti i rapporti tra il dittatore Robert Mugabe e l’esercito cinese, il People Liberation Army (PLA), alla base dei quali ci sono scambi tra arsenali e diamanti di cui è ricco il Sudest del Paese, in particolare Marange dove si trova la più grande miniera a cielo aperto mai scoperta, con un potenziale superiore ai 900 miliardi di dollari. L’intera area è stata dichiarata zona militare e viene presidiata dai soldati di Mugabe, addestrati sulle più efficaci tecniche di guerriglia e tortura direttamente in Cina dai colleghi del PLA, come pure i loro cani da guardia. Esempio concreto del ‘deal’ insanguinato tra la Cina e la corte di Mugabe risale all’aprile 2008, quando la nave portacontainer cinese An Yue Jiang fu respinta dalle autorità portuali di Durban in Sudafrica, che si rifiutarono di scaricare i container destinati alla capitale dello Zimbabwe. Questi contenevano 3 milioni di proiettili per fucili AK-47, 3.000 granate e 1.500 mortai. L’episodio fece scalpore e il vascello della COSCO, dopo una sosta nelle acque dell’Oceano Indiano, fu fatto ritornare in Cina: ma non prima di aver effettuato una rapida sosta a Luanda (Angola) per scaricare la merce. Secondo il quotidiano africano ‘Canal de Moçambique’, il carico di armi
è transitato per il porto di Pointe-Noire, in Congo, e quindi stato
trasportato ad Harare da un aereo della britannica Avient Ltd. I diamanti dello Zimbabwe sono valsi a Mugabe anche il sostegno di Pechino presso il Consiglio di sicurezza dell’Onu, dove la Cina e la Russia hanno posto il veto su una risoluzione che imponeva forti sanzioni al dittatore africano e a 13 dei suoi generali, inclusi l’embargo e restrizioni sui finanziamenti.
Un altro amico impresentabile di Pechino è Omar Hasan Ahmad al-Bashir, presidente del Sudan, con il quale sono state firmate importanti concessioni per lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi, in cambio della non interferenza delle questioni interne e forniture di armi e aerei usati dai janjawid, i miliziani filogovernativi operativi in Darfur. Secondo le stime delle Nazioni Unite, l’88% delle armi sudanesi provengono dalla Cina, i traffici sono cresciuti 140 volte tra il 2001 e il 2006.
Progresso Made in China
Certo Pechino offre all’Africa anche una strada verso lo sviluppo, ma va detto che gran parte delle infrastrutture sono state realizzate da industrie cinesi poco disposte ad avvalersi della manovalanza locale, privata così di redditi da lavoro e della possibilità di acquisire un know-how fondamentale per l’avvenire. Agli operai autoctoni è raramente garantito un salario adeguato e tantomeno condizioni di lavoro sicure. Tra i casi riportati dalla stampa internazionale si ricorda l’esplosione nella miniera di rame di Chambisi nel 2005, che ha causato la morte di 51 minatori locali e a cui hanno fatto seguito grandi proteste internazionali. Nelle aree minerarie dello Zambia ci sono voluti due anni di proteste affinché gli operai fossero dotati degli elmetti protettivi per il lavoro in miniera. In Ghana sono invece stati denunciati dalla Trade Union Congress abusi nei confronti degli operai locali impiegati nella costruzione dell’Essipo Stadium, nella città di Sekondi, progetto da
38,5 milioni di dollari affidato allo Shanghai Construction Group of China. Ma per quanto agli occhi dell’Occidente le condizioni di lavoro e le tragedie nelle miniere africane paiano inaccettabili, per Pechino costituiscono normali incidenti di percorso. Del resto in Cina perdono la vita 6.700 minatori l’anno, circa 17 al giorno, ed è difficile aspettarsi che le corporation cinesi facciano meglio tra le montagne africane. Un altro aspetto del neocolonialismo cinese è relativo alla qualità dell’offerta Made in China. Collegamenti stradali spazzati via dalle piogge come la Lusaka-Chirundu, in Zambia, costruita dalla China Henan, o edifici costruiti con materiali scadenti come il celebrato Luanda General Hospital in Angola, un progetto da 8 milioni di dollari realizzato dalla cinese COVEC, non sono casi isolati. La struttura ospedaliera da 100 posti letto di Luanda è stata chiusa nel 2010 a seguito di cedimenti evidenti, richiedendo il trasferimento dei pazienti in una tendopoli costruita nei paraggi. Lo stesso vale per i prodotti di consumo ‘no brand’ smerciati nei mercati africani: spesso di qualità infima e privi di garanzie anche sulla sicurezza. Il perdurare di questa situazione ha provocato un malcontento generale, a partire dallo Zimbabwe dove i prodotti Made in China hanno provocato una campagna di protesta. Dal Rwanda in giù, quasi ogni nazione africana ha manifestato a proprio modo nei confronti di qualche impresa cinese. È anche cavalcando il sentimento anti-cinese diffuso nel suo Paese che il leader dell’opposizione, Michael Sata, ha potuto vincere, nel settembre scorso, le prime elezioni libere in Zambia.
Gran brutto ambiente
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, decenni di sfruttamento hanno reso l’Africa il continente più colpito da squilibri ambientali. Il 24% dei decessi annuali nel continente (2,4 milioni di persone, 36% delle quali sono bambini sotto i 14 anni) è dovuto secondo l’OMS “a fattori di rischio legati al deterioramento dell’ambiente, con conseguenze particolarmente gravi sui più poveri e i più vulnerabili”. I governi africani stanno tentando di coalizzarsi per arrestare questo scempio, e la Dichiarazione di Libreville del 2008(ratificata il 26 novembre 2010 in un summit a Luanda) è stata un primo passo in questa direzione. Ma è evidente come gli obbiettivi del Millennium Development Goals (Obiettivi di Sviluppo del Millennio, cui si ispira la Dichiarazione di Libreville) rimarranno paroleal vento senza un concreto impegno da parte delle grandi potenze occidentali. Che finora, non troppo diversamente dalla Cina, hanno mostrato di badare soprattutto ai propri interessi.
Emanuele Confortin